TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI
E’ successo che ho deciso di lasciare la magistratura e di mettermi a fare il
cantastorie a tempo pieno; quindi libri, articoli, conferenze, incontri, convegni e … rubrica su Chiarelettere.
Solo che ho dovuto “chiudere” in fretta un po’ di cose (processi, ma
non solo) in modo da andarmene, il 1° dicembre, senza lasciare troppo
casino.
Inoltre dovevo consegnare (sempre a Chiarelettere) il
nuovo libro che uscirà a gennaio (spero) e quindi, anche lì, ho dovuto darmi da fare.
Insomma, chi ne ha sofferto è stata questa rubrica.
Adesso ricomincio.
Tra le tante cose che sono successe, parlerei dell’ultima in ordine di tempo: la nuova (in realtà vecchia)
proposta di legge su sospensione del processo quando l’imputato chiede la “messa alla prova”.
Perché nuova ma vecchia? Perché l’altro ieri l’ha proposta il
Ministro Alfano; ma a maggio l’aveva proposta l’
Italia dei Valori
con un progetto di legge molto complesso che, alla fine, prevedeva
proprio la stessa cosa con varianti minime e non significative.
Che vuol dire “messa ala prova”? Vuol dire che l’imputato
propone un programma (elaborato d’intesa con i servizi sociali) che ha
come scopo quello di elidere o attenuare le conseguenze del reato.
Che succede in questi casi? Succede che
il giudice valuta la serietà del programma e decide se accogliere la proposta.
Se l’accoglie il processo si interrompe e, se la prova va bene, verrà
emessa una sentenza di estinzione del reato. Se va male, il processo
riprende e l’imputato sarà (se ritenuto colpevole) condannato.
Bisogna dire subito che
il progetto Alfano non si conosce, non
l’ha letto nessuno perché non è disponibile sui siti istituzionali e
quelli che ne hanno parlato lo hanno conosciuto a seguito di qualche
fuga di notizie (ci sono anche lì, per fortuna). Però il progetto
dell’Italia dei Valori (Li Gotti) è reperibile sul
sito del Senato e reca il numero 584; e, come ho detto, è sostanzialmente uguale. Come lo so? Beh, lo so.
In ogni modo, se qualcuno vuole conoscere un po’ meglio questo progetto, può andarsi a leggere il progetto Li Gotti.
Dico subito che, a mio parere,
non è un progetto da buttar via.
Intanto alla collettività serve sicuramente di più un imputato che si
sbatte per risarcire il danno cagionato o comunque limitare i danni
provocati piuttosto di un colpevole che va a farsi mantenere dallo
Stato in un carcere.
Anche al colpevole non delinquente per tendenza serve certamente di più
un’esperienza di solidarietà con le sue vittime e di lavoro socialmente
utile piuttosto che una reclusione in condizioni indegne di un Paese
civile.
Per l’Amministrazione carceraria e per quella della Giustizia è un affare:
la prima risparmia celle che non ha; e la seconda non fa un po’ di
processi e guadagna un po’ di respiro. Così il carcere diventerà un po’
più vivibile per chi continuerà a starci; e i processi che dovranno
comunque essere fatti saranno, anche se di poco, un po’ più celeri.
Tutto bene allora?
Beh, sì, se pensiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. No, se ci rendiamo conto che
queste belle idee poi vanno realizzate nel Paese dove viviamo.
Sicché bisognerà stare bene attenti.
Per prima cosa bisognerà evitare che questa cosa diventi una
comoda scappatoia per i ricchi.
E’ ovvio che, se il programma di messa alla prova si ridurrà al
risarcimento del danno, allora sarà l’ennesimo strumento di
discriminazione sociale.
Quindi bisognerà riempire il programma con un impegno personale, con
qualcosa che coinvolga direttamente chi lo propone, che lo assoggetti a
concrete forme di attività nell’interesse delle parti offese e della
società. Insomma il colpevole deve uscire diverso da questo programma;
e anche la collettività deve beneficiare non tanto delle sue risorse
economiche quanto del suo impegno, delle sue capacità personali, del
suo tempo e della sua solidarietà.
Insomma
la messa alla prova dovrà
servire a rieducare il colpevole e contemporaneamente a far ottenere
alla società un arricchimento in beni e servizi.
Già messa così si capisce quali difficoltà si incontreranno per conseguire questo risultato.
Se il soggetto messo alla prova è un attempato amministratore delegato
di una qualche banca o società; o un uomo politico di lungo corso che
ha sempre e solo fatto il professionista della politica; insomma se è
uno dei
tipici esponenti della classe dirigente del nostro Paese;
che cosa ci si dovrà inventare per uscire dal consueto circuito del
risarcimento del danno? Che gli faremo fare a queste persone per
coinvolgerle personalmente, concretamente, nel trattamento di messa
alla prova?
E, se si tratta di uno dei soliti emarginati, poveri cristi senza casa
e senza lavoro, forse delinquenti per tendenza ma certo anche per
necessità; come faremo ad essere sicuri che rispetteranno il programma
proposto al giudice? Come faremo per evitare che questo nuovo istituto
non diventi l’ennesima scappatoia: propongo la messa alla prova, me la
concedono, sto lì un paio di giorni e poi me la squaglio; riprendetemi
se siete capaci.
E quale
strumentalizzato accanimento
ci sarà nei confronti dei giudici, seguendo il consueto copione, ogni
volta che negheranno la messa alla prova all’esponente della classe
dirigente e la concederanno al povero cristo? Quando il povero cristo
approfitterà della possibilità offertagli per squagliarsela e il membro
della classe dirigente tuonerà contro il giudice politicizzato che ha
respinto sprezzante l’offerta di una congrua somma di danaro.
Perché il problema è sempre lo stesso:
il giudice non ha la sfera di cristallo;
non può sapere che cosa faranno queste persone che, in quel momento,
davanti a lui, sono apparentemente disposte a tutto pur di evitare il
processo. Magari sono sincere, magari no. Ma lui come fa a saperlo?
Alla fine penso che questo istituto sia una buona cosa
per alcune categorie di imputati:
professionisti, artigiani, incensurati cittadini comuni. Tutta questa
gente potrà in effetti prestare la propria attività gratuitamente per
qualche tempo e tutti se ne gioveranno.
Penso al medico che andrà a curare gli ospiti dei pubblici ricoveri;
all’avvocato che presterà consulenza gratuita; all’artigiano che andrà
a riparare tubature, mura e apparecchiature varie negli stabili
pubblici, a cittadini incaricati di svolgere compiti di volontariato.
Tutta gente che presumibilmente rispetterà il programma e che ne uscirà
migliore di com’era quando ha cominciato.
Resta il problema dei ricchi e potenti e degli emarginati. Ma in realtà è il solito problema di sempre e dovremo pure arrivare a risolverlo.